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FINZI

Il nero. Un non colore scelto come condizione unica per tentare la pittura, per proporla in termini critici e insieme poetici.
Una decisione estrema, dopo aver sostato per anni nell’ampiezza e varietà del colore in ogni sua gamma di intensità e di luce, assunta con intelligenza appassionata e rigorosa, cui si unisce un temperamento problematico, e fors’anche lunatico, incline a lasciare aperte le questioni di fondo con soluzioni provvisorie di una raggelata eleganza.
Una pittura questa senza alternativa, tranne quella del bianco; ma una volta verificata con agostiniana devozione, tutto resterebbe com’è qui, in questi testi: problemi e soluzioni.
Invariato.
Una parola potrebbe dirla Lucio Fontana con cognizione, che a questo bivio angoscioso s’è trovato, da solo, quarant’anni prima. Uomo diverso e culturalmente meno condizionato, ha deciso di non aggiungere nulla, tranne il segno improvviso e perentorio della propria presenza.
Il nero è nero, ma dentro a quel nero che la mente si prefigura, l’occhio e tout le propos du corps scoprono un’infinità di varianti possibili, dall’opacità allo splendore, dall’immobilità al movimento, dal segno che partisce la superficie alla sua negazione, dalla presenza all’improvvisa disparizione delle diverse qualità della texture, all’emergenza lenta dello spazio estenso, inerte, informe ed infinito.
Pittura con un solo colore non colore, sperimentata in ogni sua possibilità e disponibilità, per coglierne i segreti del sogno, del senso, del silenzio e del tempo, da fuori, attraverso i rituali di un gioco sottile della memoria.
Lo spettro cromatico che si pone a confronto delle campiture contermini, con funzione di richiamo, agisce come uno scotoma e sorte l’effetto di segno rovesciato del taglio o del buco sulla superfice di Fontana: lì era la presenza anzi il dasein stesso del suo autore, qui è l’anonimia ricercata e voluta, l’impersonale tipico di un procedimento mentale, del quale si attendono i riscontri possibili nell’esperienza degli altri, di tutti.
L’impostazione e la struttura di questo discorso pittorico è di un ordine che definirei neoclassico, perchè è incentrato sulla definizione a priori di una modellistica formale i cui archetipi risalgono idealmente fino alla partitura ritmica della peristasis greca. Ogni volta nuova e diversa.
La negazione del colore come gioia del senso e la conseguente opzione per il nero (ma potrebbe essere il bianco), realizzato e vissuto come mezzo di espressione e intelligenza del mondo, sottile, penetrante indefinibile, segnano le strettoie attraverso le quali passano soltanto l’umana gentilezza, la raffinata eleganza, l’intelligente ambiguità della forma squisita. Finzi docet.

Giuseppe Mazzariol, 1986