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Ennio Finzi, i versi del colore

In un periodo recentissimo, trovandomi nel voler riassumere e ricostruire storicamente il percorso dell' attività artistica di Ennio Finzi, ho dovuto per necessità approdare alle carte, alle lettere e ai documenti, persino alle testimonianze che dei suoi esordi, ricordavano, ram­mentavano e lasciavano commenti e tracce. Improvvisamente, il metodo dello storico ha ce­duto il passo a quello dell' appassionato ricercatore - "indagatore" dei fatti e delle vicende legate alla Pittura ed alla inarrendevole, quanto ciclicamente "data per morta", sua attuali­tà. Tra gli esegeti e i critici della sua opera si innalzava quasi in modo estremo, tra un tono dannatorio ed al tempo stesso protettivo, la voce di Guidi che scriveva per Finzi di una "Antipittura", anzi che "egli stesso fosse l'Antipittura in persona".
Quell’ accenno, quel "titolo" di Antipittura mi ha accompagnato durante l'indagine, duran­te le immagini e le opere attraversate nella ricerca, così come nell'esposizione che quella ri­cerca aveva motivato. Certo non si deve trascurare il senso della pittura che Guidi in quel momento propugnava, così come lo stesso lavoro di quei giovani ch' egli spronava ed appog­giava difendendo. Era proprio quel valore innegabilmente tonale, già tradizionalmente lumi­noso-cromatico, pur evoluto nelle nuove ricerche giovanili veneziane, che Guidi manteneva come lessico e grammatica di una rinnovata lettura dell' arte. In Finzi, nelle sue opere di quegli anni, non era invece possibile ritrovare né valori puramente tonali e neppure le mera­vigliose quanto sottili ricerche sullo spazio naturale o percettivo che molti artisti andavano compiendo. Per Finzi, d'acchito e di chiara necessità, la nuova pittura corrisponde alla mes­sa in discussione di quei propri valori e, per sua stessa ammissione, alla sperimentazione cromatica, all' accensione di suoni violenti e di contrasti che, attraverso un linguaggio estre­mo, si manifestano direttamente sull' azione dell' artista nel gesto creativo pittorico. E il "gesto" pittorico - ricco del postulato di libertà fontaniano - unito all' estremizzazione cro­matica quanto all' analitica lucidità del presiedere esistenzialmente l'atto creativo, hanno accompagnato il percorso di Finzi, conducendolo in sconfinamenti, e territori altissimi, poe­ticamente controversi. Tutto questo senza mai far venir meno una intelligente e paradossal­mente libera costrizione: il dipingere per estremo amore della musicalità pittorica, della composizione come campo d'analisi, richiesta, riscontro. Non un cedimento quindi o un assestamento definitivo nel suo percorso, non una "serie" di opere ripetute, ribadite, ma costantemente la ricerca di questa "serena dannazione" del dipingere, oltre il limite invali­cabile del campo tradizionale della pittura.
Lucido e chiaro, l'artista ha richiesto sempre a se stesso il controllo dei materiali ch' egli ritiene più atti alla lettura della sua opera e questi materiali sono i "Sensi". Sensi come suo­ni cromatici, indagati, condotti, "composti"; lontanissimi da ogni coacervo romantico, sensi nella loro possibilità analitica e compositiva, tali da entrare a far parte totale dell' opera.
Di questo" controllo poetico" del dipingere si è nutrita 1'opera di Finzi sino a giungere ad un luogo riscontrato dalla critica di natura "sperimentalmente classica", personale, stigma­tizzante anche per il pubblico. Tra la musicalità del colore e lo spazio sonoro della pittura la sua opera si connota con vitalità e coerenza, tra dipinto e dipinto. Eppure, recentemente, il percorso di Ennio Finzi ha intrapreso un viaggio parallelo, ha inalberato una sua necessi­tà d'esecuzione; la libertà ha prodotto un nuovo "viatico per l'amore della pittura". Da que­sta necessità, da questo amore, sono nate le carte presentate in tale occasione: 120 opere su carta, simbolo e mappa di un nuovo itinerario ed emblema sull' attualità del dipingere.
Variazioni sulla pittura, queste carte ripropongono il magistrale ed infinito affiorare del "suono pittorico" nella sua libertà, presentando il foglio di carta come un "non Luogo " sognato. In uno spazio rinnovato l'artista si può permettere di evocare un suono, stimolare una fonte di luce, "affogare" un segno tramite la materia, librare una traccia nera come una stoccata di fiamma. Sono infatti queste "variazioni libere" che si rincorrono e richiamano in un contrappunto paradossalmente privo di schemi metrici e legato soltanto dallo speri­mentare la pittura come territorio sterminato.
E' qui che si pacifica e rinasce l'ardore gestuale degli anni "pittorici", non come quiete, ma come continuità attuale. L'innovazione finziana del linguaggio si trova e ritrova in un gesto, in un annullamento, in una evocata traccia cromatica emersa dallo spazio della materia divenuta lacerata esplosione della luce sonora.
In alcune delle prime carte regge ed insiste la presenza di un segno, ortogonale ad altri se­gni, talvolta chiuso ordinatore del distribuirsi cromatico. Lievemente poi, e via via sempre più liberamente, quel segno scompare, affonda, libera il campo. Non più "spartito" quindi ma pura esecuzione, reazione cromatica al "timbro" ricordato, chiamato, trasmesso.
Nel "laboratorio dei suoni", nella stesura sulla carta di questo viaggio tra composizione e pittura, nascono le altre opere; componimenti ed accenni atti al dimostrare le infinite possi­bilità del suono nello spazio, nella materia dipinta. Non esiste ripetizione così come non esi­ste la possibilità che un suono sia mai identico, per le mille condizioni della mente dell'esecutore. L'unicità di queste opere, pur nelle loro "variazioni" è chiara, presente. Talvolta, da uno spazio intriso di luce, emergono immediati campi cromatici. Alcuni di essi si dispongono ordinatamente, fianco a fianco, quasi lo spazio fosse colmo e saturo, non per­mettendo dilatazione alcuna. E' questa "compressione poetica" una sorta di aura cromatica che caratterizza altri fogli, che connota questo nuovo linguaggio pittorico. Nella semplicità "rubata" nello studio dell' artista, Finzi osserva una di queste opere che presenta una serie ordinata orizzontalmente di accenni cromatici e mi confida: "Vedi ... questi sono i suoni ...i ...tasti evocati dello strumento pittorico".
E' con la mente tormentata e serena del compositore che in questa occasione 1'artista libera infinite possibilità cromati che e spaziali, scardina problematiche compositive, chiede a se stesso e alla sua opera la massima modulazione.
Nella freschezza emotiva delle carte l'artista conduce il suo agire, crea un campo-spazio ap­parentemente monocromo che invece si rivela come un suono ininterrotto del colore il qua­le dialoga d'improvviso, come con lentezza e sapienza, con l'apparizione dei timbri, dei suo­ni. Per quanto sentita sia l'azione dell' artista sulla materia, per quanto laboriosa, pur nella gestualità, sia la creazione, in questi fogli egli delega alla percezione il suo comporre, il ritro­vare un agognato "canto sommerso". Affrontare il "viaggio" osservando ritmicamente le opere, una di seguito all'altra, e alterandone il "ritmo" di lettura, permette al colore di giungere ai sensi, di emergere dal "campo" e dirigersi come suono alla percezione. Vi è una volontà estrema, unita alla generosità compositiva, che immette nella ricerca di Finzi un ele­mento particolare, il quale in alcuni lavori si presenta come richiesta nuova: la trasparenza dei colori, e della materia. Lentamente, con il mondo seducente dei sensi, il colore apre all' infinita sua luminosità. Ancora, come una costante nella lettura pittorica, torna alla mente per queste opere la sentenza di Otto Runge che da tempo mi accompagna in questi incontri con la pittura. Una dichiarazione che suona parallela alle carte finziane ove si riscontra che: «L'incontro dei colori trasparenti diviene tanto più infinito, quanto più infinito, quanto più in essi ci si addentra, e l'infiammarsi dei colori, il loro confondersi gli uni negli altri, il loro sorgere ed il loro scomparire, assomiglia al respiro ritmico dei grandi intervalli che separa­no eternità da eternità o che separano la luce più intensa dal solitario ed eterno silenzio, dal­le tonalità più scure e profonde».


Luca Massimo Barbero