| INDIETRO |

FINZI E LICATA a confronto

A colloquio con Ennio Finzi
a cura di Giovanni Granzotto


Quando e come è affiorata la prima volta, l'urgenza di essere e di fare il pittore?
F. Non ho mai deciso di fare il pittore: è accaduto. Ricordo i miei primi approcci con la pittura risalenti all' età di sei o sette anni; mio padre era un buon amatore d'arte; sia di pittura che di musica, nonché intelligente dilettante della prima e probabilmente risale a questo e per ragioni forse genetiche la nascita della mia passione sia per la pittura che per la musica.


Quale o quali altre discipline artistiche ti hanno sin dall'inizio coinvolto in una maniera particolare e, magari, anche operativa?
Ho già risposto appena sopra, senza dire però che anche la musica, l'ho in qualche modo praticata per qualche anno con lo studio del violino, lasciato poco dopo e nel momento in cui mi resi conto di non possedere le doti fondamentali per continuare.


Conservo ancora lo strumento ed è il sentimento più caro.


Hai considerato il senso della tua partecipazione alla Storia dell'Arte, anche come partecipazione alla storia "tout court", soprattutto alla storia della politica?
Ho sempre considerato unicamente la storia dell' arte: pensavo che le idee fossero da sole sufficienti per una ragione di vita, sbagliavo; il concetto era tutto imperfetto.


La sociologia e la politica non mi hanno sfiorato; problema inesistente.


A quali Maestri del passato ti sei sentito più legato o più ispirato?
Fin da ragazzo, le visite, alle solitarie sale della Galleria dell' Accademia di Venezia, erano assolutamente rituali e frequenti, e ricordo che mi soffermavo soprattutto dove erano esposte le solenni tavole dei Maestri del Due-Trecento: sentivo una spiritualità e una tensione al limite dell'immaginario e del pensiero della pittura. La Cappella degli Scrovegni a Padova poi mi ha fatto scoprire forse il più grande amore della mia vita:


Giotto. Se poi avessi dovuto seguire sul filo della follia una storia dell' arte dell'assurdo, sarei andato dritto dritto a Cezanne, Kandinsky, Mondrian, Pollock, Fontana.


A quali artisti della tua generazione?
Confesso che nessuno dei miei coetanei, anche a quelli che molto stimavo, a me geograficamente vicini, sono stati in qualche modo di stimolo, perché non li sentivo radicalizzati e su posizioni avanzate.


Mi pareva che nessuno andasse perseguendo certe problematiche cui io miravo e che Maderna fosse l'unico che poteva suggerirmi possibilità e grammatiche nuove che poi hanno influenzato tutto il percorso delle mie ricerche (attuali comprese).


Astrattismo, Spazialismo, Cinetismo, Informale, ecc. C'è qualche momento, o qualche gruppo (Forma, Arte Concreta, ecc), a cui ti sia sentito più vicino?
In qualche occasione mi sono auto dichiarato astrattista patologico: mi riconosco ancora in questa sfera d'azione.


Più dell'informale in sé, trovavo punti di contatto nello Spazialismo perché mi sembrava cogliesse più puntualmente i sintomi di ciò che andavo cercando appunto in quel momento, cioè primissimi anni Cinquanta, e soprattutto mi trovavo in accordo sul nome di Fontana, che ritenevo, dopo Balla e Boccioni, la figura d'artista più importante e fondamentale per la storia dell' arte contemporanea.


Certamente il Cinetismo-virtuale in seguito fu importante per me, mi offriva in qualche modo la chiave per inoltrarmi in quella dimensione "oltre la pittura" che era poi la conseguenza logica, e naturale, in forma diversa, del miraggio di tutta la ricerca precedente in cui la pittura non doveva essere più tale in virtù della proprietà del suono che la tramutava indissolubilmente in altro.


Come pensi che si sia dispiegata la tua arte in questi decenni?
Secondo l'andazzo di certa critica militante, è possibile che la mia pittura sia catalogata come anti-storica o quanto meno inattuale: mi consola il fatto che anche Mahler si considerava tale: lascio la risposta ad altri.


Come vorresti che continuasse?
Ho solo un grande desiderio, quello di poter continuare a dipingere: tutto il resto è vana illusione!