| INDIETRO |

FINZI - Cinquant'anni di pittura raccontata


Prefazione

L’occasione di conoscere da vicino un’artista non avviene quasi mai attraverso le monografie o i cataloghi delle mostre. Naturalmente essi sono uno strumento  necessario per divulgare la sua opera, e la loro pregevole utilità non la si vuole sostituire con questo libro. Accade però, che mentre possiamo conoscere ogni quadro che esce dallo studio di un pittore, difficilmente, se non apparteniamo alla cerchia di amici, possiamo realmente conoscerne la vita, cogliere le motivazioni che lo spinsero a divenire artista, come incarnò quel mestiere e non un altro, quali le difficoltà incontrate, le emozioni e le delusioni patite.
Ennio Finzi ha accettato di raccontarsi sinceramente, senza nascondere nulla, a volte facendo emergere ricordi spiacevoli, come quando il mercato dell’arte sembrava non volersi occupare per nulla della sua pittura, ma anche riaffondando la memoria negli anni giovanili quando, assieme ad una “corte” di già affermati pittori, trascorreva le serate in compagnia del maestro Virgilio Guidi, dibattendo di teorie artistiche, di figurazione e astrazione, di musica classica e sperimentale, con un approccio mai dilettantesco ma ponderato da letture e frequentazioni di primo piano: l’Archivio Storico della Biennale, sul quale Finzi e i suoi coetanei si formarono nel dopoguerra, l’incontro e la frequentazione di artisti quali Vedova, Fontana, Tancredi, e di nuovi o già affermati critici come Toniato, Marchiori e Apollonio.
E’ lo spaccato di una Venezia che non c’è più quella raccontata da Finzi, di cui “non esiste nemmeno più il ricordo”, di cui s’è persa ogni traccia visibile della sua storia pittorica (con l’eccezione di alcune targhe a memoria di, o di istituzioni ancor oggi esistenti come il lascito Bevilacqua la Masa).
Venezia a quel tempo era crocevia e culla delle maggiori novità artistiche del dopoguerra e la Biennale rappresentava, contrariamente ad oggi, quanto di meglio l’arte mondiale proponeva. E i giovani veneziani ne assorbivano la storia, si imbevevano di un distillato della migliore arte, quella del passato che trovavano in ogni chiesa o angolo della città, e quella del loro tempo che contribuivano a scrivere.
Finzi si accorda e intesse la propria esperienza a partire da quel contesto culturale. Da lì muove autonomamente la propria ricerca fatta di sperimentazione, di estrema avanguardia pittorica e sceglie la strada più difficoltosa e impervia, quella dell’astrazione. Diversificherà il proprio stile in una continua e frenetica ricerca, senza mai esaurire la spinta innovativa che lo aveva accompagnato fin da giovane  lungo i sentieri che danno inevitabilmente verso l’abisso ma che, se percorsi indomiti fino alla fine, conducono alle cime più elevate.
Finzi, per quanto possa valere la mia opinione, ha raggiunto una delle vette più alte della pittura. Per chi ne sappia cogliere i risultati, ed escludendo il fatto che nelle opere cinetiche o in certe escursioni sperimentali di natura materica vi siano effettivamente poche riconessioni a una pura dimensione ispirativa, l’opera più matura di Finzi, quella per intenderci che va dalla fine degli anni Ottanta ai giorni nostri, risulta essere il frutto di quanto seminato negli anni Cinquanta.
L’esito raggiunto con tonalità di colore spesso contrapposte tra di loro, stridenti come una scala cromatica dodecafonica, non vuole essere la semplice testimonianza tecnica di una teoria qualsiasi del colore, non è per intenderci quanto di buono per i loro studenti fecero i vari Itten.
Finzi raggiunge esiti formali nuovi relativamente all’ambito della pittura astratta italiana: riesce nel bilanciamento della forma a regolare, secondo la lezione kandinskijana, quel flusso spirituale che proviene dall’ispirazione di ogni vero artista, disponendo con saggezza e mestiere ogni macchia di colore, ogni pennellata. Il risultato è quella sinfonia di colori che molti lavori degli anni Novanta riescono ogni istante a riprodurre nell’anima di chi li sa “ascoltare”.
La novità sta proprio in questo: nel promuovere un moto interiore, un sommovimento del sangue in coloro che fruiscono di queste opere. Esse non sono “belle e fatte”, non giungono a noi complete, spetta alla nostra attività interiore completarle e farle rivivere a nuovo dentro il nostro sangue affinché possano scorrere e nutrire il nostro essere.
Sono perciò tutte le opere di quegli anni, assieme agli esiti più riusciti della ricerca ultima, capaci di intessere insieme l’esperienza formale, il loro contenuto spirituale (“che determina in modo imperioso la forma” - direbbe Kandinskij) con ciò che in noi vive di autenticamente artistico. Ogni apertura, ogni spiraglio che accende un quadro di Finzi, sortisce un processo alchemico. Percepiamo in quelle folgorazioni luminose l’opacità della materia che si fa luce, l’ingombro materico, la reminescenza figurativa paiono fondersi e trasformarsi in puro Spirito.