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L'esaurirsi è sempre un principio

La pittura estromessa?

Da sempre in pittura il gioco è stato tra l'infinito e la superficie, in un tempo che non è mai stato questione di estensione, bensì di profondità e di densità.
“ Il pensiero sulla pittura, sul suo perché e sul come...” come Finzi stesso ha avuto modo di scrivere, lo ha spinto a “... una continua e insistente ricerca...”, affascinato dal continuo riproporsi delle intuizioni, delle domande, dei quesiti, delle investigazioni, nella convinzione che: “ L'arte è il gioco delle idee, più che del fare ...”
Questo forse il senso segreto della continuità sottesa al sempre mutevole caleidoscopio della pittura finziana, alla sua costante ribellione nei confronti delle regole, delle grammatiche, delle consuetudini compositive e percettive.
Eppure, anche tale continuità, all'inizio del nuovo secolo è sembrata pervenire a una sorta di punto critico, di snodo mai prima percorso o esperito.
Si fa infatti strada, nell'animo del pittore, una nuova consapevolezza dei cambiamenti epocali, del nuovo sentimento del tempo.
Pur continuando a rimanere convinto della superiorità intellettuale dell'ambito culturale delle avanguardie, volte a esplorare e ad allargare il dominio delle varie arti e in particolare l'universo del dipingere, acuendone e perfezionandone l'ascolto, divenuto consapevole dell'impossibilità per l'umanità attuale - quella dei grandi semplificatori mediatizzati, per i quali, come egli stesso ha affermato “... l'organo pensante, non è più il cervello”, ma qualcos'altro che va “... dall'ombelico in giù” - di cogliere in profondità i sensi e i significati della pittura, verrà anche da parte sua operando una nuova e ancor più radicale rivolta.
“ Nell'attesa che un nuovo Big-bang produca un altro sconvolgimento cosmico per un nuovo ordinamento dell'universo ...” (così inizia una sua riflessione ancora inedita) nasceranno allora opere volutamente frutto della mera manipolazione di vari materiali, intenzionalmente in assenza di qualsiasi progetto teorico: puro e semplice “ … fare che vorrebbe dire non pensare”.
Eppure anche questa risposta dichiaratamente sorda e rabbiosa, alla putredine, all'immondizia, all'inarrestabile chiacchiera, all'inquinamento dello sconfinato, eclatante dilagare delle immagini degradate dall'uso e dal consumo iperbolicamente moltiplicato e scadente, verrà modulandosi in una significativa varietà di esiti e di espressioni, di sempre nuove Geografie dello sguardo.
Nascono infatti opere caratterizzate da una accentuata materialità, in alcune delle quali sembra tuttavia in qualche modo essere attiva ancora una specie di memoria delle risonanze spazialiste presenti già nelle Tracce e nei Cementi realizzati da Finzi negli anni '50.
Le accentuate accidentalità e articolazioni indotte dalla volutamente casuale provvisorietà del gesto sulla plasmabile consistenza materica del corpo della pittura, sembra infatti attingere a una sorta di aurorale partecipazione spaziale, affiorante tramite il trattenuto fulgore dell'oro e dell'argento, dell'ametista e del lapislazzuli.
Sembra così emergere come una sostanza indefinibile, che non è ancora o non è più colore, un qualcosa che non si libera nell'atmosfera o nella luce, ma partecipando ai palpiti del modellato rimane come aderente alla materia: riflessi, lunghezze d'onda, emissioni cromatiche come bloccate e trattenute prima della loro determinazione, una sorta di pausa, di sospensione che va talora acquistando i toni di una contemplativa, avvolgente elegia.
In altri casi a prevalere è invece la reazione alla impossibilità di sottrarsi alla malattia dei tempi.
Il fare artistico verrà così configurandosi come pratica terapeutica intesa, quasi freudianamente, come possibilità di immediata scarica delle tensioni che la situazione di incombente, rinnovato disagio continuamente innesta.
Ma tale prassi può altresì sottolineare una ribadita assenza di investimento progettuale e di pensiero come pure di ogni attiva partecipazione mentale creativa da parte dell'artista, ponendo capo a una particolare compattezza che si potrebbe definire addirittura olistica.
In questi lavori il rifiuto di qualsiasi nesso relazionale e compositivo sembra farsi radicale pur se non riduttivo: nell'uniforme monocromia della superficie del possibile campo di immagine, emerge infatti una significativa ricchezza di modulazioni e modellazioni.
Superando per taluni aspetti anche i confini di quella pittura critica - della quale Finzi è stato ed è uno tra i principali protagonisti e che si potrebbe pur sempre ascrivere ad una tradizione espressionista nel campo dell'astrazione - non volendo dire niente, il quadro finisce col porsi come residua enunciazione del nulla, evidenziandone la pura e semplice positività significante.
A permanere, tuttavia, è la consistenza stessa dell'opera, intesa non più come immediatezza, grido, denuncia, sostanza primigenia, ma significativamente espressiva, come accadeva nelle poetiche informali, bensì come profonda alterità che non solo va configurandosi come silenzio, radicale estromissione del dipingere, giungendo non solo a denunciare implicitamente, ma in maniera lucida e spietata ogni estetismo, ogni retorica, ogni possibile infatuazione per il bel gesto, per le pungenti dissonanze, per le irrinunciabili grafie o gocciolature che pure potevano aver talora popolato anche i dipinti dello stesso Finzi, ma persino col capovolgere la direzione, il senso stesso della comunicazione comunque istituita dall'opera, dalla sua presenza muta e incongrua.
“ A questo punto...” sottolineerà infatti lo stesso Finzi,”... interviene … qualcosa che rovescia i ruoli: cioè non sarà più l'opera ad essere guardata ma essa stessa a guardare attraverso un piccolo frammento di specchio a guisa di centralina, come una specie di sistema nervoso centrale.
Titolo questo ciclo di lavoro”, preciserà ancora Finzi, “Lo sguardo indiscreto, con sottotitolo guardami.”
Un invito, questo, che non solo sembra dolorosamente sollecitare un'attenzione distratta o impreparata, ma pare costituire, pur in maniera totalmente laica, anche un segreto richiamo, un'invocazione alla contemplazione dell'alterità metafisica e sacrale insita in ogni integrale, mistica assenza di immagine.
Tuttavia ben presto la vita non tarderà a far riemergere le proprie condizioni e possibilità.
Si assisterà così ancora una volta, al riproporsi dell'evento del colore.
Magari in dislocazioni accidentali e periferiche, squillanti lacerti di azzurro, di verde, di bianco, di rosso, di giallo, pure emissioni cromatiche come private di ogni memoria e di ogni cultura, si riaffacciano allora sulla superficie dell'opera, forse a ricercare nuove, infinite occasioni di incontro o di scontro, ignote apparenze o apparizioni, inediti percorsi, ancora nuove, sconosciute possibilità di sperimentare, pensare, ideare, alle quali forse non è dato sottrarsi.
Perché nell'opera di Finzi, il colore è, forse, un destino.
Dino Marangon